...Si moltiplica il numero delle navi - Storie dai Nove Mondi

…Si moltiplica il numero delle navi – Storie dai Nove Mondi

I Vichinghi e i successori di Carlo Magno

[Parte 1]

Nell’840 moriva su un’isola del Reno, vicino all’amato palazzo imperiale di Ingelheim, Ludovico il Pio. Tre anni dopo i figli si spartivano il regno a Verdun: una situazione nuova, anche per i vichinghi. La costa tra l’Eider e il Weser passava sotto re Ludovico il Germanico; tra Weser e Schelda dettava legge l’imperatore Lotario; tra Schelda e Pirenei c’erano da fare i conti con Carlo il Calvo. Sbrigarsela con tre padroni è più facile che non con uno solo, tanto più se i tre passano il tempo a cercare di danneggiarsi l’un l’altro: perché, da avversari, possono diventare alleati.

Il che fu proprio il caso. I tre sovrani non s’occupavano infatti d’altro, anno dopo anno, se non di farsi la guerra, sacrificando così ai loro interessi regionalistici il fior fiore dei guerrieri. Già nella battaglia di Fontenoy (841), che decise le sorti della tripartizione, <<le forze franche>>, per usare la dolorosa espressione del monaco Reginone di Prüm, <<vennero a tal punto decimate, che in seguito non furono più nemmeno in grado di custodire i confini esistenti, non parliamo poi di allargarli>>. E vent’anni dopo il monaco Ermentario lamenta che <<la discordia dei fratelli presta nuove forze ai nemici esterni; son piantate in asso le guardie alle coste dell’Oceano; finite le guerre esterne, infuriarono quelle interne, mentre si moltiplica il numero delle navi e sconfinata cresce la folla dei normanni>>.

A ciò s’aggiungeva che i tre sovrani dovevano pure vedersela all’interno dei rispettivi stati, con avversari tanto egoisti quanto attivi: i feudatari che, nella loro lotta tradizionale contro la corona, si fregavano ora le mani. E anche i potentati locali, piccoli ma influenti, erano spesso fin troppo lieti di mettersi d’accordo con gli invasori vichinghi. Dal canto loro i re e i capi nordici, come sappiamo, sfruttarono ampiamente anche queste occasioni, specie in Bretagna e in Acquitania.

Già un anno dopo la morte di Ludovico il Pio, nell’841, un gruppo di danesi rase al suolo Rouen, dopo aver risalito indisturbato la foce della Senna. Lo stesso anno, l’imperatore Lotario passò tutta l’isola di Walcheren a re Heriold e a suo fratello Rorik, per farsi alleati i due danesi nella lotta contro i fratelli Ludovico e Carlo. L’anno seguente corsari vichinghi devastarono Quentovic, la terza grande base mercantile della costa franca dopo Dorestad e Rouen. Nel giugno 843 una flotta di <<sessantasette vele>> approdò indisturbata a Nantes, dove i suoi equipaggi menarono terribile strage tra la popolazione che stava celebrando la festa di san Giovanni. Come in questa occasione, probabilmente anche nelle molte spedizioni dell’estate 844 lungo le rive della Garonna, i vichinghi si servivano di guide inviate dalla nobiltà locale franca. Nell’845 i fuochi dell’incendio illuminarono anche Amburgo e Parigi.

vikings

Ad Amburgo dovettero approdare seicento navi vichinghe: numero che rappresenta pur sempre una forza considerevole, anche privato di uno zero. Quello che è certo è che tutta la città andò a fuoco, compresa la centrale missionaria del vescovo Anscario sita dinanzi ai bastioni della cittadella ecclesiastica. La popolazione fu dispersa ai quattro venti; chi restò, fu preso prigioniero o ucciso: una situazione che torna troppo di frequente nelle cronache ecclesiastiche per poter essere messa in dubbio.

Già all’inizio di marzo centoventi navi col drago risalirono la foce della Senna. Sotto la guida del re corsaro Ragnar (assunto poi nell’empireo degli eroi delle saghe nordiche col nome di Ragnar Lodbrok) furono prese prima Rouen, quindi Carolivenna (a venti chilometri da St. Denis), e infine Parigi: tutte spianate secondo l’uso nordico. Le forze franche erano talmente demoralizzate, che, pur superiori per numero e armamento, non s’azzardarono ad attaccare i temerari <<uomini del nord>>. Così, dopo prolisse trattative, Carlo il Calvo riscattò lo sgombero della capitale disonorata con settemila libbre d’argento: tesoro immane, che valse a Ragnar, al suo ritorno in patria, un’accoglienza trionfale da parte di re Horik di Danimarca.

Una parte considerevole del tesoro riprese, tuttavia, la via di Francia: re Horik ne caricò alcuni carri facendoli partire nell’autunno 845 per Paderborn, dove furono consegnati a Ludovico il Germanico come indennizzo per la distruzione di Amburgo. Probabilmente Horik s’era reso conto del pericolo provocato dall’aggressione: il regno dei franchi orientali, il più forte dei tre militarmente, confinava direttamente con la Danimarca: ci voleva prudenza, dunque. La mossa riuscì. Per ottanta anni una lunga calma regnò fra Elba ed Eider.

Le coste e le foci del Regno dei franchi occidentali continuarono invece a restare in balia degli attacchi vichinghi. Dalla metà del secolo, Bretagna e Aquitania furono sotto controllo danese: il tempo delle flottiglie-pirata che spuntavano d’improvviso a sbarcare guerrieri scatenati e risalpavano dopo compiute vandaliche gesta, era ormai, in queste regioni, un ricordo del passato. Per fare un esempio, Bordeaux fu accerchiata nell’847 da un esercito nordico secondo tutte le regole, e presa l’anno seguente. Più volte rase e depredate furono, in questi anni, pure Saintes, Périgueux e Limoges; e così Tours, la <<Roma gallica>>, che vide andar in fiamme non solo la basilica, ma anche il monastero di San Martino.

I guerrieri danesi, rinforzati da contingenti norvegesi, si erano ormai da tempo saldamente attestati sulle coste. Quartier generale e centro delle spedizioni corsare degli invasori divenne soprattutto l’isola di Noirmoutier davanti alla foce della Loira. Ma nelle mani dei guerrieri nordici furono costantemente anche numerose isole fluviali: piazzeforti protette da palizzate, provviste di magazzini e di solidi quartieri invernali, simili a gigantesche navi alla fonda, protette all’intorno dall’acqua.

Così, sempre più si sparse per il paese atterrito, devastato, ridotto alla disperazione, il caos e l’insicurezza. Nulla descrive meglio la situazione del fatto, costantemente registrato dai cronisti ecclesiastici, che le ossa dei santi, nella fuga dinanzi ai pagani, erano sempre in cammino, oggi qui domani là. Anche la popolazione fu sempre più coinvolta nel vortice delle folle in fuga; e, come sempre quando la guerra consegna gli uomini in braccio al bisogno e alla paura, esplosero tutte le strutture morali e sociali.

L’assemblea degli stati dell’impero a Servais nell’853 si vide costretta ad assicurare ai profughi nullatenenti il diritto di risiedere dove loro piacesse, proibendo nel contempo, sotto pena di gravi sanzioni, ai grandi feudatari di asservirsi i fuggiaschi. Prese piede il brigantaggio. Malandrini e fannulloni resero insicure e strade di campagna, assalendo fattorie isolate e uccidendo il bestiame al pascolo.

Molti contadini cacciati si strinsero in leghe paramilitari, tentando, a volte con successi, di eliminare con i propri mezzi le bande vichinghe. Ma ebbero ben presto un avversario nel loro stesso paese: la nobiltà franca, la quale cominciava a temere questi eserciti contadini, vedendo in essi una ragione di più per battersi dalla parte degli oppressori stranieri. Patteggiando coi vichinghi, essa combatteva ora non solo contro il re, ma anche contro i piccoli coloni per il mantenimento dei suoi privilegi, facendo anche più del necessario per lasciar precipitare intere province nel disordine, nell’egoismo e nella desolazione.

Non un barlume di speranza da alcuna parte; non un attimo di respiro, un calare della tempesta. Passano ancora cinquant’anni, e l’ondata vichinga tocca il suo vertice.

Fonti:
Rudolf Pörtner – L’Epopea dei Vichinghi
stampe antiche

Scritto da: Van