Forma e trasformazione del guerriero nordico Pt.1 - Storie dai Nove Mondi

Forma e trasformazione del guerriero nordico Pt.1 – Storie dai Nove Mondi

I pazzi del rischio calcolato – Rumor di remi e strepito di spade

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L’anno 1000, narra lo storico d’Islanda Snorri, Sven Barbaforcuta re di Danimarca, Olaf re di Svezia e lo jarl norvegese Erik strinsero alleanza contro il re di Norvegia Olav Tryggvason, il <<maggior gallo da combattimento dell’epoca>>, che reputava vergognoso sottrarsi a una battaglia. Le due squadre si trovarono di fronte presso Svolder, e Olav Tryggvason, contro il consiglio dei suoi, diede ordine di suonare immediatamente l’attacco.

La sua flotta si dispose in formazione, e le navi allinearono le ruote. al centro stava il Grande Serpente, la bella nave di Olav con prua e poppa indorate; accanto, il Piccolo Serpente (più piccolo, ma di poco) e la Gru; e quindi le altre barche: un vallo galleggiante. Messi gli uomini ai posti di combattimento, il re restò ritto sul castello di poppa: eroe da libro illustrato con scudo dorato ed elmo d’oro battuto, e un breve farsetto purpureo sopra la corazza.

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Corni e luren* suonarono a battaglia, mentre lo stendardo reale sventolava sull’albero maestro. <<Allora fu rumor di remi e strepito di spade. Scudi cozzavano contro scudi, e tuonavano canti di guerra>>, uno spettacolo da mozzare il respiro.

Il primo round fu vinto dal nostro eroe Olav Tryggvason. Dopo che l’alta nave reale ebbe sfondato il centro della formazione nemica, la gente di ruota gettò àncora e grappini di arrembaggio contro la barca di Barbaforcuta, e <<usò le armi contro i guerrieri là sotto ai suoi piedi>>; ed essendo in posizione migliore, vale a dire, sopraelevata, perì <<molta ciurma>> delle navi di Sven, senza contare che anche gli svedesi ebbero il loro daffare con gli uomini di Tryggvason.

Poi, però, le sorti della battaglia mutarono. Lo jarl Erik attaccò sul fianco la fortezza galleggiante di Olav; e, <<fattosi sotto alla nave più esterna della flotta regia, l’arrembò strappandola dagli ormeggi. Quindi passò alla seguente. Arrembata la quale, gli equipaggi delle navi minori cominciarono a ritirarsi in quelle maggiori. Ma lo jarl strappò ogni navi dagli ormeggi, non appena abbandonata dalla ciurma>>. Così, abbordata e tagliata una nave dopo l’altra dai guerrieri Erik, restò infine solo la nave ammiraglia a sostenere l’attacco.

Qui, Snorri dà mano ancora una volta a una descrizione drammatica, a un <<fortissimo>> cozzar di spade e selvagge grida guerresche. I giavellotti fischiavano da nave a nave, e <<tanto fitte volavano frecce e lance>>, che l’equipaggio reale poteva a malapena difendersi dal turbinio dei proiettili. Olav Tryggvason combatteva con la forza e l’audacia di un orso. Il suo arco scoccava dardo dopo dardo; ed egli lanciava giavellotti a due mani. E quando la sua spada fu intaccata, aprì la cassa delle armi per provvedere sé e i suoi uomini di lame nuove.

Invano, perché la gente di Erik arrembò anche il Grande Serpente. <<Allota tutta la ciurma che ancora resisteva si ritirò indietro nella nave, dov’era il re… E dopo che gran folla della schiera dello jarl Erik si fu arrampicata sul Grande Serpente… e da tutti i lati le sue navi premevano la nave regia… caddero, per forti e audaci che fossero, i più degli uomini del re.>> Molti di loro preferirono tuttavia sottrarsi ai fendenti dell’avversario gettandosi in mare.

Anche Olav Tryggvason saltò all’ultimo momento, con l’armatura al completo. <<E quando essi vollero afferrarlo, si gettò lo scudo sul capo, e s’inabissò.>> Visto alla vichinga, un finale di gran stile, la sortita esemplare di un grande guerriero. E a lungo gli scaldi celebrarono la sua morte.

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Altre celebri battaglie navali – che trovarono eco nella saga di Egil o in quella dei vichinghi di Jom -, anche se non avevano uno svolgimento così drammatico, seguivano però lo stesso regolamento.

Il che significa che i vichinghi non conoscevano le battaglie d’alto mare. Gli scontri navali avevano luogo solo in baie, bracci di mare o fiordi, e non erano che arrembaggi da risolversi in duelli uomo contro uomo. Le battaglie sul mare erano battaglie di terra sull’acqua: perché i lupi di mare nordici non conoscevano né l’arte di speronare, né quella di rastrellar via i remi armati. Non c’era insomma né battaglia di incontro né d’inseguimento.

Avvistato il nemico, si cominciava con l’ammainare le vele, mentre i guerrieri montavano i parapetti a difesa dei proiettili. I rematori prendevano posto e davano di gran forza ai remi. Affiancate, nave contro nave, le flotte nemiche si gettavano l’una sull’altra, le ruota di prua (e talora anche quelle di poppa) legate insieme da gherlini. Le navi minori formavano le ali, l’ammiraglia il centro della fortezza galleggiante.

Al primo segnale del corno, gli equipaggi prendevano posto: il capo o il re a poppa, i guerrieri più esperti a prua, i portabandiera al centro.

Lo scontro s’iniziava con un combattimento a distanza: la guerra degli arcieri. Alla <<grandine di dardi>> seguiva una pioggia battente di giavellotti e una fitta gragnuola di sassi. A questo scopo le navi lunghe vichinghe portavano sempre un considerevole carico di ciottoli e di altri proiettili naturali.

Quando s’era giunti a un soffio dall’avversario, si cercava di abbordarlo arpionandolo con àncore e grappini. Se il colpo riusciva, cominciava il combattimento con asce e spade, che per regola si concentrava sul castello di prua.

Era pertanto di vantaggio una prua alta. Quando la Navy in erba di Alfredo il Grande strappò nell’897 una molto onorevole vittoria navale contro la flotta d’invasione vichinga, il merito fu non da ultimo delle fiancate delle sue navi, più alte di quelle nemiche. D’altro canto, se il castello era troppo alto, c’era pericolo che i remi pescassero troppo a fondo. In tarda età si drizzarono quindi sul castello di prua piccole torri o castelli a vari piani, per procurarsi in tal modo il vantaggio di una posizione più elevata di combattimento.

Il resto della ciurma seguitava intanto a combattere dalla piattaforma posteriore con archi e lance, raccolto intorno al capo; fino a quando anch’egli, come l’eroe Tryggvason, non veniva costretto a passare all’ascia, alla spada o alla mazza. Una fonte dell’alto medioevo cita fra le armi da combattimento ravvicinato falci, randelli e fionde.

Nessuna traccia di tattica, insomma. Con tutta la loro mania del mare, i vichinghi non lo avevano ancora scoperto come campo di battaglia; per cui le battaglie navali nordiche non occupano che un posto insignificante nella storia della guerra sul mare. Il procedere in linea accostata aveva, sì, un certo suo effetto: era impossibile, ad esempio, sfondare una falange di navi così ormeggiate, e gli equipaggi all’interno della fortezza galleggiante potevano essere spostati qua e là. Ma la mancanza di mobilità annullava questi vantaggi. Senza dire che i fianchi restavano scoperti, cosicché un avversario preponderante di numero (come a Svolder) poteva aver ragione facilmente delle deboli ali.

Spetta nondimeno ai vichinghi il vanto di aver portato alla massima perfezione una delle manovre fondamentali della guerra di mare e di costa: l’attacco fulmineo alle spiagge nemiche.

* Lur: Old nordic meaning hollowed wooden pole. A wind instrument from the bronze age of a particular nordic type, where about 15 finds are known from Denmark and individual finds from neighbouring countries.

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Fonti:
Rudolf Pörtner – L’Epopea dei Vichinghi

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