Ragnarock Story: l'epic metal anni '80

Ragnarock Story: l’epic metal anni ’80

Metal Conquest

La copertina dell’EP “Metal Conquest”

Mentre nei primi anni ’80 l’heavy metal classico esplodeva nella sua accezione più classica, la spinta innovativa che lo aveva generato a partire dall’hard rock non si era arrestata: fu in quel periodo difatti che nacque la maggior parte delle sfumature stilistiche del metal. Tra questi, uno dei primi a vedere la luce fu l’epic metal: già all’inizio del decennio diversi gruppi, principalmente americani, abbracciarono sonorità solenni ed un immaginario eroico e medioevale, distanziandosi dai gruppi più scanzonati e con tematiche più semplici, “da strada”, dell’heavy tipico del periodo. Nonostante tali sonorità ben si sposassero con temi vichinghi, durante tutto il decennio in realtà essi non furono granché diffusi: gruppi di punta del genere, come Manilla Road ed Omen, dedicarono ai pirati nordeuropei giusto qualche accenno, preferendo come gran parte dei gruppi della scena, insistere su temi fantasy o sulla mitologia più “classica”. Di fatto, oltre ai già citati Heavy Load, che già dall’EP Metal Conquest del 1981 (contenente, tra l’altro, l’iconica Heatens from the North, traccia fondamentale dell’epic “vichingo” di tutti i tempi) svoltarono su qualcosa di più metallico rispetto al passato, vi fu solo un altro gruppo epic metal che negli anni ottanta scrisse testi ispirati ai norreni: stiamo parlando però niente di meno che della band epic metal più famosa di tutti i tempi, i Manowar.

Fondato nel 1980 da quattro ragazzi di Auburn (stato di New York), il gruppo esordì due anni dopo con Battle Hymns, disco che presenta per gran parte ancora un suono da metal tradizionale, eccetto i due brani conclusivi, Dark Avenger e Battle Hymn, che già guardavano al futuro. Il successore Into Glory Ride (1983) vide quindi una svolta stilistica piuttosto importante, essendo praticamente tutte le sue canzoni puro epic metal.  E’ proprio in quest’album che per la prima volta la band comincia a parlare di vichinghi: a chiudere il lato A del vecchio vinile campeggia infatti Gates of Valhalla, pezzo che come è intuibile accantona i temi fantasy o celebrativi degli altri testi per narrare in maniera immaginifica l’esperienza di un guerriero morente in battaglia che viene portato alla corte di Odino, accompagnando al meglio questo brano dall’atmosfera trionfante e grandiosa nella sua evoluzione da momenti più soffusi e calmi ad altri più battaglieri e marziali, e contribuendo a renderlo uno dei migliori di un album considerato a sua volta, a ragione, uno dei più bei dischi epic metal mai usciti.

Sign of the Hammer

La copertina di “Sign of the Hammer”

Il successivo 1984 è un anno d’oro per i newyorkesi, che riescono ad incidere ed a pubblicare ben due full lenght: a luglio uscì infatti il terzo album Hail to England, che nel titolo celebra l’Inghilterra, nazione che vide l’incontro tra i fondatori del gruppo, ed in cui esso era all’epoca più amato rispetto alla patria. C’è spazio però anche per i norreni già nella traccia d’apertura Blood of My Enemies, il cui memorabile ritornello corale, uno dei momenti più epici dell’intero album, recita:

Forti venti, magica nebbia/Verso Asgard le valchirie volano/Conducono i morti in alto al di sopra/[del luogo]Dove il sangue dei miei nemici giace”.

Pochi mesi dopo, nell’ottobre ’84, la band tornò sul mercato con Sign of the Hammer, lavoro che si apre con una coppia di canzoni più orientate all’heavy classico che all’epic propriamente detto; quando però la terza traccia, Thor (The Powerhead) fa il suo ingresso in scena, l’album torna su coordinate più classiche per il gruppo. Abbiamo un brano infatti che si mantiene sempre lento e cadenzato (a parte l’assolo) e ad accompagnarlo è un esaltazione quasi di carattere religioso nel dio del tuono della mitologia nordica, colto nelle sue lotte contro i giganti e nella furia con cui scatena le tempeste ed i fulmini. Lo stesso argomento, anche se in maniera più particolare, quasi descrivendo la spiritualità di un fervente fedele norreno, è affrontato anche nella rapida ed intensa title-track, Sign of the Hammer, che del resto ispira anche la semplice ma iconica copertina, una raffigurazione del martello di Thor, Mjöllnir (anche se probabilmente più ispirata all’iconografia dell’omonimo supereroe Marvel che a quella più classica).

L'artwork di "Gods of War"

L’artwork di “Gods of War”

Purtroppo, dopo Sign of the Hammer i Manowar sterzarono prepotentemente su di un heavy/power metal più semplice e canonico, le cui puntate epiche erano più elementari e meno solenni che in passato, abbandonando quindi l’epic metal propriamente detto e, insieme ad esso, gli statunitensi lasciarono da parte praticamente del tutto anche i norreni. Solo anni dopo, probabilmente spinta dall’espansione del viking metal, la mitologia vichinga tornerà protagonista dei loro testi, prima con Swords in the Wind, ballata epica contenuta in Warriors of the World (2002), e poi in maniera espansa con il successore di quest’ultimo, Gods of War (2007), album che rappresenta una vera e propria mosca bianca nella discografica dei Newyorkesi. In esso infatti la band recupera almeno in parte l’epicità dei vecchi tempi coniugandole con moderne sonorità da metal sinfonico, ed accoppiando a tutto ciò un ambizioso concept sulla mitologia norrena ed in particolare sulla figura di Odino, a cui l’album è dedicato. Nonostante lo sforzo della band, l’album non fu bene accolto dai fan, che lo reputarono poco appetibile: a dispetto di ciò, però, i Manowar restano un gruppo fondamentale per tutto l’epic metal dei decenni successivi, avendo anche pure gran parte del merito della grande diffusione attuale dei temi vichinghi nel genere, come vedremo nella prossima puntata di Ragnarock Story.

E voi? Siete cultori dell’epic metal anni ’80?

Scritto da Mattia L.

Fonti: Encyclopaedia Metallum

Gelataio di professione, scrittore nei sogni, come blogger gestisce Heavy Metal Heaven, una webzine underground, oltre che il blog personale Hand of Doom.