Ragnarock Story 7 - vichinghi e black metal norvegese

Ragnarock Story 7 – vichinghi e black metal norvegese

I resti bruciati della Stavkirke (chiesa lignea) di Fantoft, ripresi dalla copertina di "Aske" di Burzum

I resti bruciati della Stavkirke (chiesa lignea) di Fantoft, ripresi dalla copertina di “Aske” di Burzum

Con Hammerheart nel 1990, i Bathory si dimostrarono avanti coi tempi almeno quanto lo erano stati nel decennio precedente: ci vorrà infatti ancora parecchio tempo prima che si possa parlare di una vera e propria scena viking metal. In quegli anni, a svilupparsi fu invece, in Norvegia la prima scena black metal moderna: il paese scandinavo agli esordi degli anni novanta fu difatti messo a ferro e fuoco da un’orda scatenata di musicisti giovanissimi, a volte nemmeno maggiorenni, che si segnalavano sia per la musica, ispirata a Venom e primi Bathory, nonché eccezionalmente oscura e malvagia, sia per i crimini che ne seguirono, tra cui i più celebri furono probabilmente i roghi delle chiese. Il satanismo di questi gruppi era infatti, come già detto, molto serio e spinto verso un anticristianesimo oltranzista, che li portava anche a tali atti estremi. Fu tuttavia proprio nell’ambito del black metal norvegese che vennero posti i semi per quello che sarebbe poi divenuto il viking metal moderno.

L'artwork di  "Høstmørke"

L’artwork di “Høstmørke”

Tra i primissimi artisti a riprendere la spinta verso le tematiche e l’epicità vichinga del metal nell’ambito black norvegese fu Fenriz, al secolo Gylve Nagell, polistrumentista famoso per la sua militanza di lunghissimo corso nei Darkthrone, una delle band di spicco nel loro genere. Il suo interesse per l’antica mitologia nordica era già presente quando fondò, appena sedicenne, i Valhall, band thrash/death però ancora piuttosto immatura, che nei propri testi si accodava ai temi macabri tipici del genere. Nonostante il suo successivo coinvolgimento all’interno del movimento black sia totale (i Darkthrone infatti avevano liriche occulte e sataniche, nella buona tradizione della corrente), questa passione rimase viva anche in seguito: la sua one-man band Isengard slittò infatti pian piano da testi fantasy a tematiche che recupereranno la mitologia ed il folklore nordico. Esempio di ciò è la prima uscita ufficiale del progetto, la compilation di demo Vinterskugge (“ombra dell’inverno”) del 1994: se in esso le canzoni più datate sono semplice black/death metal originario, potente ed oscuro, ed alcune di quelle recenti siano sperimentali, vi sono comunque pezzi definibili pienamente “viking metal” come la titletrack o Naglfar, brani che presentano la voce pulita di Fenriz ad accompagnare composizioni epiche e magniloquenti, nonostante il sound grezzo. Lo stesso connubio fu portato avanti l’anno successivo nel suo unico vero full lenght, Høstmørke (“oscurità dell’autunno”): è questo infatti un disco che strizza l’occhio più di una volta all’epicità, componente fondamentale del vero viking, presentando un cantato pulito e lievi venature folk, tutte caratteristiche che in futuro saranno riprese da tanti altri gruppi.

La copertina di "Nordavind"

La copertina di “Nordavind”

Per quanto riguarda Fenriz, si segnala anche il progetto Storm, da lui fondato insieme a S. Wongraven (meglio noto come Satyr dei Satyricon, altra band di punta del black norvegese) e alla cantante Kari Rueslåtten, che sempre nel 1995 pubblicò Nordavind (“vento del nord”), album destinato a restare unico nella loro carriera. Seppur siamo in questo caso lontani dal viking metal nel senso più stretto del termine, non essendoci granché epicità, abbiamo comunque un album degno di nota, visto che le canzoni sono praticamente tutti rifacimenti di pezzi tradizionali norvegesi arricchiti dai testi che parlano di mitologia e di leggende nordiche. Il risultato fu un album che non solo influenzerà tutto il folk metal successivo, ma che è ricordato da molti come un vero e proprio gioiello, tra i più brillanti del metal norvegese di quegli anni.

La copertina di "Vikingligr veldi"

La copertina di “Vikingligr veldi”

La band che contribuì maggiormente a diffondere i temi vichinghi all’interno del black metal norvegese fu però un’altra: stiamo parlando degli Enslaved. I fondatori Grutle Kjellson e Ivar Bjørnson, nonostante la giovane età (alla nascita del gruppo avevano rispettivamente diciassette e tredici anni!) dimostrarono quasi subito una maturità notevole rispetto a tanti loro connazionali, passando in breve dai temi tipici del black alla mitologia norrena: prova di ciò è il secondo demo, Yggdrasill (1992), già indicativo della direzione futura della band, presentando brani a tema vichingo come Heimdallr (che ha per testo un passaggio dell’Edda in Prosa di Snorri Sturluson) e Allfǫðr Oðinn (“Odino padre di tutto”). Due anni dopo, arriva l’esordio ufficiale del gruppo, Vikingligr veldi (“Gloriosa piazza vichinga”), stilisticamente molto radicato nel black metal norvegese del periodo ma che già presentava uno sguardo rivolto verso il viking, con canzoni più complesse e più epiche rispetto alla media. Anche i testi erano in linea con la musica: oltre a riprendere Heimdallr vi sono alcuni brani cantanti in islandese (la lingua più simile all’antico norreno) dai titoli eloquenti come Lifandi liv undir hamri (“vivendo la vita sotto il martello”) e Midgards eldar (“i fuochi di Midgard”). Tale stile si evolverà ancora in Frost, uscito sempre nel 1994 e che vede la presenza di canzoni più aperte e di un’epicità ancor più diffusa, per poi giungere a Eld (“fuoco”) nel 1997. L’album è aperto dalla magniloquente 793 (Slaget om Lindisfarne) (“la battaglia di Lindisfarne”), una bellissima suite lunga sedici minuti che rievoca benissimo l’assalto all’omonimo monastero cristiano, primo evento con cui i vichinghi si rivelarono al mondo; il resto del disco invece è più orientato verso il black metal, seppur con quel vago velo epicheggiante a cui la band ci ha abituato in passato.

L'artwork di "Blodhemn"

L’artwork di “Blodhemn”

La tendenza ad atmosfere battagliere si fecero ancor più forti nei due capolavori Blodhemn (“vendetta nel sangue” – 1998) e Mardraum: Beyond the Within (2000), album epici e viking fino al midollo, ma poi gli Enslaved decisero di cambiare decisamente strada: Monumension (2001) non fu solo il primo album della band totalmente cantato in inglese, ma anche quello in cui, abbandonata l’epicità (ed i normanni), la band sperimenta un black con fortissime influenze progressive metal che seppur già presenti in passato non erano mai state sviluppate così tanto. Da quel momento l’ensemble, nella lunga serie di album successivi, si muoverà su queste nuove coordinate, pur consolidandole ed evolvendole di album in album, ma niente paura: le tematiche precedenti torneranno presto. Certo, i testi diverranno più profondi e filosofici, ma senza mai rinnegare le proprie radici, che restano indissolubilmente legate al paganesimo germanico: basti leggere, per esempio, i testi di Ethica Odini (da Axioma Ethica Odini del 2010) o di The Path of Vanir (da Ruun del 2006) per capirlo. Peraltro, è di pochi giorni fa, lo scorso sei marzo per l’esattezza, il loro ultimo album In Times, ultimo tassello di una carriera eccezionale che ha influenzato molto i gruppi viking metal successivi, come vedremo nella prossima puntata di Ragnarock Story!

Scritto da Mattia L.

Fonti:
Encyclopaedia Metallum
Wikipedia in inglese

Gelataio di professione, scrittore nei sogni, come blogger gestisce Heavy Metal Heaven, una webzine underground, oltre che il blog personale Hand of Doom.