Ragnarock Story 6: il black metal da Satana ad Odino

Ragnarock Story 6: il black metal da Satana ad Odino

La copertina di "Black Metal" dei Venom (1982), che ha dato il nome all'omonimo genere

La copertina di “Black Metal” dei Venom (1982), che ha dato il nome all’omonimo genere

Tra tutti i generi metal, il black è sicuramente quello che sin dalle sue origini è stato più orientato verso il satanismo e l’occultismo nei propri testi: già i precursori Venom, che pure il genere non lo hanno mai suonato davvero, trattavano molti dei temi principali rimasti nel genere fino ad oggi. Se, come gli stessi Venom hanno affermato a più riprese, la loro presunta malvagità era semplice humor nero, per la maggior parte delle band successive non fu così: il loro sguaiato satanismo anticristiano, fatto di ostentazione di pentacoli e croci rovesciate, era preso piuttosto sul serio, a causa anche della giovane età dei musicisti coinvolti, spesso nemmeno maggiorenni; crescendo, però, veniva meno quella foga distruttiva adolescenziale alla base dell’entusiasmo per certi temi. A parte quelli che rinnegavano il passato, la maggior parte di loro cercava allora motivazioni più profonde per le proprie idee giovanili: vi fu così chi trasformò il proprio satanismo in senso intellettuale, abbracciando un più maturo esoterismo oppure la filosofia di Anton Lavey, e chi invece giustificò il proprio odio per il cristianesimo abbracciando ciò che quest’ultimo aveva cancellato per affermarsi, ossia il paganesimo originario. Essendosi il black metal sviluppato principalmente in Scandinavia, non stiamo parlando ovviamente del culto di Zeus o di Cernunnos: è proprio questo il motivo per il quale il black è probabilmente il genere metal con la concentrazione più alta di gruppi che parlano dei norreni, e non stupisce che il sottogenere viking metal sia nato da una sua costola.

La copertina di "Bathory"

La copertina di “Bathory”

Esiste una band la cui carriera è il perfetto esempio di questa evoluzione, essendo tra l’altro il gruppo fondamentale del genere, anche più dei Venom: parliamo, ovviamente, degli svedesi Bathory. L’act condotto dal polistrumentista Quorthon, al secolo Thomas Börje Forsberg, è difatti quello che del genere black ha definito gli elementi stilistici, come le chitarre ritmiche dal suono “a zanzara” e la voce in scream, di cui proprio Quorthon è probabilmente il creatore, oltre che uno dei massimi interpreti. Questi stilemi sono già in evidenza nel primo disco della band, l’omonimo Bathory del 1984, seppur ancora poco sviluppati e mescolati con forti influenze NWOBHM e thrash metal; anche i testi fotografano perfettamente il black metal delle origini, con titoli eloquenti come In Conspiracy With Satan, Necromansy e Raise the Dead. La musica del gruppo si evolve leggermente con il successivo The Return… (1985), ma il passo in avanti maggiore arriva col terzo album, Under the Sings of Black Mark (1987), in cui le influenze heavy/thrash vengono minizzate: abbiamo probabilmente il primo disco di black metal moderno della storia, che anticipa di quasi un lustro i primi vagiti della prima scena vera e propria del genere. Anche i temi sono sempre quelli tipici del black, seppur più evoluti rispetto agli esordi: la dicono lunga a proposito titoli come Call from the Grave, Enter the Eternal Fire e 13 Candles.

L'artwork di "Blood Fire Death"

L’artwork di “Blood Fire Death”

Se all’uscita di Bathory Quorthon aveva appena diciotto anni anni, giunti a questo punto il musicista è cresciuto e maturato: prova di questo è il quarto album della band, Blood Fire Death (1988). Il cambiamento è percepibile già dalla copertina: accantonati i toni oscuri e satanici dei dischi precedenti, è stato scelto come artwork il dipinto Åsgårdsreien dell’artista norvegese dell’ottocento Peter Nicolai Arbo, una raffigurazione della leggenda della Caccia Selvaggia; cambia anche il sound generale, che viene ammodernato includendo influenze death e thrash del periodo, il che ha come risultato il puntare meno sulla malvagità ma più sul puro impatto. Anche nelle liriche vi è una piccola rivoluzione: se infatti vi sono pezzi che continuano la tradizione passata come Dies Irae o come The Golden Wall of Heaven (celebre perché le lettere iniziali dei versi di ogni strofa formano la parola “Satan”), altri pezzi virano invece su temi proto-viking e sono più solenni, come la lunga Blood Fire Death, sorta di canzone dei Manowar in versione metal estremo, oppure l’accoppiata che apre l’album, formata dall’intro dall’esplicito titolo Odens Ride Over Nordland e dall’epicissima A Fine Day to Die la cui solennità assoluta accompagna un testo che narra l’ansiosa attesa dei guerrieri vichinghi prima del giorno della battaglia decisiva.

L'artwork di "Hammerheart"

L’artwork di “Hammerheart”

L’album della svolta è però il successivo Hammerheart (1990), che vede un prepotente cambio di rotta. Se infatti la base di partenza è sempre black metal, lo stile del gruppo diviene però molto più melodico e meno estremo, con la voce di Quorthon che passa dallo scream ad un roco pulito ed un sound generale che punta sull’evocazione di atmosfere epiche invece che sulla potenza o sull’oscurità: era ufficialmente nato il viking metal. Già la copertina, un altro dipinto ottocentesco stavolta di Frank Dicksee, intitolato The Funeral of a Viking, è indicativo di un album in cui tutte le canzoni sono legate dal filo della mitologia norrena: se soffermarsi a questo punto sulle singole canzoni è impossibile, se non altro per motivi di spazio, non si può però non citare One Rode to Asa Bay. Il pezzo (a ragione) più famoso dell’intera carriera dei Bathory è infatti una delle cose più epiche mai composte in musica, con il suo incedere lento, maestoso e disperato che accompagna un testo malinconico a proposito del distruttivo arrivo del cristianesimo ad Asa Bay, dove una volta le Drakkar partivano: impossibile non commuoversi quando Quorthon urla nel finale “Popolo di Asa Bay/questo è solo l’inizio!”. Bellissimo è anche il video, l’unico della carriera della band, a coronamento di un altro album eccezionale e seminale.

La copertina di "Blood on Ice"

La copertina di “Blood on Ice”

Solo l’anno successivo è la volta di Twilight of the Gods, disco che si muove sulle stesse coordinate del predecessore, sia dal punto di vista delle sonorità, che si fanno pure più epiche, sia per quanto riguarda i testi, di cui indicativi sono titoli come quello della lunga traccia omonima, Through Blood by Thunder e Under the Runes. A questo punto, però, i fan del gruppo sono divisi tra quelli entusiasti del nuovo corso ed i nostalgici degli esordi; vista la pressione sulle sue spalle, Quorthon inizialmente pensa a Twilight of the Gods come l’ultimo album del gruppo, ma poi si ravvede: tentando di accontentare i fan della prima ora, il gruppo pubblica Requiem (1994) ed Octagon (1995), due album che presentano un ibrido thrash/black ma non convincono nessuno, vista la qualità media davvero bassa. Per un nuovo capitolo vichingo bisognerà aspettare il 1996, in cui la band darà la luce a Blood on Ice, disco originariamente inciso addirittura nel 1989 e mai pubblicato per la sua radicale novità. In esso, un sound ancora più avanti in senso “viking” che in passato accompagnavano canzoni che raccontano una storia unitaria, a proposito di un prescelto che verrà guidato da Odino per combattere le forze del male e liberare così le anime dei guerrieri intrappolate negli inferi, per condurle fino al Valhalla. E’ questo concept che, insieme alla musica, contribuisce al fascino di un disco che ad oggi è tra i più amati del gruppo.

Una delle ultime foto di Quorthon

Una delle ultime immagini di Quorthon

Successivamente a Blood on Ice, Quorthon si prende un periodo piuttosto lungo di pausa, che durerà fino al nuovo millennio. Dopo Destroyer of Worlds (2001), esperimento piuttosto alternativo e vera mosca bianca nella discografia dei Bathory, Quorthon annuncia l’avvio di un concept anche più ambizioso che in passato, una lunghissima storia ancora a sfondo norreno da realizzarsi sulla lunghezza di ben quattro album. Ecco così che nel 2002 esce Nordland I, seguito l’anno successivo da Nordland II, i quali mettono in mostra lo smalto dei tempi migliori e sono ancora una volta amatissimi dai fan della versione vichinga dei Bathory. Purtroppo, però, la quadrilogia è destinata a rimanere a metà: Thomas “Quorthon” Forsberg viene ritrovato morto il 3 giugno del 2004 nel proprio appartamento, stroncato da un attacco di cuore a soli trentotto anni. Il vuoto che lascia nel mondo del metal estremo è grandissimo, ma almeno la sua eredità continua a vivere, nella musica delle centinaia di band influenzate dai Bathory; comprese, ovviamente, quelle che intraprenderanno la strada del viking metal, di cui ci occuperemo nelle prossime puntate di Ragnarock Story!

E voi? Amate i Bathory?

Scritto da Mattia L.

Fonti:

Encyclopedia Metallum

Wikipedia in inglese

 

Gelataio di professione, scrittore nei sogni, come blogger gestisce Heavy Metal Heaven, una webzine underground, oltre che il blog personale Hand of Doom.