Ragnarock Story 5: classic heavy, tardi anni ‘80

Ragnarock Story 5: classic heavy, tardi anni ‘80

Se, come abbiamo visto nella scorsa puntata di Ragnarock Story, nella prima metà degli anni ottanta le tematiche e l’iconografia legate ai vichinghi rimasero relegate ad una manciata di band heavy metal classico, nel lustro successivo videro una diffusione che ha del prodigioso: furono infatti adottate da tantissimi gruppi appartenenti al genere, che nel frattempo era esploso a livello mondiale ed aveva spostato anche il proprio baricentro dall’Europa all’America. E’ quasi impossibile raccogliere tutte le canzoni di questo periodo a proposito dei pirati nordici, visto questo fatto: in questo articolo ci limiteremo perciò a raccogliere i casi più espliciti e famosi.

L'artwork di "Don't Take No for an Answer"

L’artwork di “Don’t Take No for an Answer”

I primi a segnalarsi sono un gruppo dal nome eloquente, gli Odin da Los Angeles: nati nel 1983, dopo un demo esordiscono ufficialmente con l’EP Don’t Take No for an Answer nel 1985. Già la copertina che accompagna questo lavoro è assolutamente iconica, con Odino seduto sul suo trono mentre i suoi corvi Huginn e Muninn gli volano attorno ed ai suoi due lupi Geri e Freki sono sdraiati ai suoi piedi; a livello di testi, invece, le canzoni sono quasi tutte in linea con i testi tipici dell’heavy metal classico del periodo, ad eccezione della quarta traccia, Solar Eye. Questa è infatti un vero e proprio inno al dio nordico da cui la band prende il nome, magari un po’ approssimato mitologicamente (dopotutto, è probabile che l’artwork sia stato rubato da qualche libro, come si usava fare in quegli anni, invece che disegnato appositamente per l’album), ma comunque in linea con l’esplosività della canzone.

A contribuire alla “causa vichinga” in quello stesso 1985 vi fu anche un virtuoso della chitarra emigrato dalla Svezia negli Stati Uniti, dove già stava riscuotendo parecchio successo: parliamo ovviamente di Yngwie J. Malmsteen. Dopo l’esordio da solista Rising Force (1984), il musicista pubblicò infatti proprio l’anno dopo Marching Out, album più “commerciabile” grazie alla presenza di poche strumentali e di canzoni meno dominate da assoli neoclassici. Tra i gli episodi migliori nel disco c’è sicuramente I Am a Viking, canzone che per lentezza e solennità si avvicina all’epic metal di quel periodo, sia musicalmente che liricamente: il testo scritto dallo stesso Malmsteen, forte delle sue origini scandinave, è tutto raccontato dalla prospettiva di un vichingo, con anche passaggi piuttosto truci come “Tu sei un perdente ed è una vergogna così grande/che sei un buffone e non sai/ che io sono un vichingo, e ti domino totalmente/e morirai attraverso la mia spada”, a mio avviso uno dei punti di forza assoluti della canzone.

La copertina di "Crimson Glory"

La copertina di “Crimson Glory”

Forse anche più importante del progetto solista dei Malmsteen nel diffondere la storia e la mitologia dei pirati scandinavi furono i floridiani Crimson Glory, gruppo tra i precursori di quell’evoluzione dell’heavy metal più ricercata e melodica che sarebbe poi stato chiamato “power”, e non solo per sonorità: i loro testi parlano prevalentemente di storie fantastiche ed emozioni, come poi buona parte del power metal che esploderà dagli anni novanta in poi. Potevano mancare i vichinghi? Ovviamente no, l’esordio omonimo del 1986 si apre proprio con Valhalla, che oltre ai marchi di fabbrica del gruppo, come il sound più complesso del comune heavy e gli acuti stellari del cantante Midnight, mette in evidenza un testo esuberante seppur forse un po’ confuso, appellando per esempio Odino, e non Thor, come il dio dei venti e del tuono. Nonostante questa grossolanità, però, va riconosciuto alla band il grande merito di aver inserito questo spunto, poi ripreso molto volte nel futuro del power.

La copertina di "Tyr"

La copertina di “Tyr”

La tendenza vichinga divenne talmente forte alla fine degli anni ottanta che persino gli indiscussi fondatori del macro genere metal, i Black Sabbath, ne furono contagiati. Se negli anni settanta il gruppo si era distinto per un sound unico ed inimitabile, nella decade successiva la band di Tony Iommi aveva adottato uno stile meno originale e catalogabile come heavy metal classico, per quanto sempre personale e di qualità assoluta. Proprio a fine decennio, dopo varie vicissitudini, il gruppo aveva ritrovato una stabilità con il cantante Tony Martin, con cui erano stati pubblicati Eternal Idol (1987) e Headless Cross (1989). Nel 1990 (anno che musicalmente, almeno in ambito metal, può essere considerato come l’ultimo della decade precedente) fu il turno del terzo disco con Martin, l’ambizioso Tyr: pensato addirittura come un concept album sull’omonimo dio della mitologia norrena, idea poi scartata, l’album presenta comunque un terzetto di canzoni che del suddetto concept avrebbe dovuto far parte. Il vecchio lato B del vinile comincia infatti con The Battle of Tyr, breve strumentale sinfonica e puramente d’atmosfera che lascia spazio presto a The Court of Odin, delicata ballad che punta a creare un sentimento di calma e di attesa, caratteristica riecheggiata anche nel testo, tranquillo ma ansioso, come il preludio di una tempesta imminente. Quest’ultima arriva quando (la loro) Valhalla esplode con potenza, dando origine ad una cavalcata incalzante che per intensità eroica può far invidia a tanti gruppi epic metal, accompagnata da un testo non solo battagliero, ma al contrario dei Crimson Glory anche veramente accurato: parlare per esempio di “Hel” invece che di “Hell” non è da tutti, specie in quegli anni. Non c’è solo la precisione, tuttavia, ma anche una potenza notevole: esemplare da questo punto di vista è il ritornello, che ripete “Quando i venti del Valhalla soffiano freddi/Sii sicuro che il sangue comincerà a scorrere”, coronazione assoluta di uno dei pezzi più belli dei Black Sabbath anni ottanta e novanta.

Tyr rappresenta probabilmente anche l’ultimo lavoro di fama assoluta a rappresentare la tendenza vichinga nel metal classico: non che i gruppi successivamente l’abbiano abbandonata, fu proprio l’heavy metal classico a rischiare di sparire con l’ascesa dirompente della stagione grunge. Il connubio tra vichinghi e metal però non verrà mai meno: non solo infatti sarà ripreso prima dal power e poi in parte anche dal revival dell’heavy metal classico dell’ultimo decennio, ma sarà portato avanti in maniera ancor più convinta nell’ambito di un’altra branca del genere, il black metal, che proprio nella prima metà degli anni novanta vivrà il suo picco di popolarità; ma questo è un altro discorso, che affronteremo nelle prossime puntate di Ragnarock Story!

E voi? Amate l’heavy metal classico dei tardi anni ottanta?

Scritto da Mattia L.
Fonti:
Encyclopaedia Metallum
Wikipedia in inglese
Gelataio di professione, scrittore nei sogni, come blogger gestisce Heavy Metal Heaven, una webzine underground, oltre che il blog personale Hand of Doom.