Forma e trasformazione del guerriero nordico Pt. 3 - Storie dai Nove Mondi

Forma e trasformazione del guerriero nordico Pt. 3 – Storie dai Nove Mondi

I pazzi del rischio calcolato – Maestri di guerriglia

I link per le parti 1, 2 e 4a, sono in fondo alla pagina.

I fiumi erano le vie naturali da loro seguite a questo scopo. Anche qui, sulle grandi correnti europee cariche di storia, facevano buona prova di sé le loro barche piatte e minute, che andavano a vela, a remi, o potevano essere tirate con l’alzaia.

Quando poi l’acque navigabile diventava troppo bassa, armavano i canotti o s’affidavano a semplici canoe scavate in un tronco, fabbricate per così dire nel giro di una notte dalle mani di carpentieri esperti, come in una catena di montaggio. (Nel 1806 si tirò su dal fango della Senna, presso il Pont de Jéna, una di tali canoe: 8 metri di lunghezza, 1,20 di larghezza e 0,65 di profondità.) In caso di emergenza, portavano o trasportavano le navi per via di terra: come nell’886 presso Parigi, dove per più di duemila passi spinsero la loro flotta davanti alla città, che sbarrava accanitamente il passaggio della Senna..

Risalendo l’Elba, i vichinghi arrivarono fino ad Amburgo; percorrendo il Reno fino a Magonza, la Somme fino ad Amiens e la Marna fino a Meaux. Sulla Loira <<marciarono>> oltre Tours fino a Orléans, sulla Garonna fino a Tolosa; e dal delta del Rodano raggiunsero Arles e Lione.

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Le navi basse ma straordinariamente duttili permettevano loro anche di svernare nel cuore del territorio nemico. Una volta ancorate in mezzo a un fiume erano inattaccabili, come pure sulle isole fluviali, dove essi amavano porre i loro quartieri invernali. Senza sforzo scivolavano con i loro gusci di noce sui bassi fondali di sabbia e fango che impedivano l’avanzata al nemico. Quando nell’860 bivaccarono nell’isola di Jeufosse sulla Senna, a pochi chilometri soltanto da Parigi, arrostendosi bistecche fresche su fuochi da campo, un esercito franco avanzò, si, sulle due rive del fiume ma fu costretto all’inattività mancando di navi.

Quando partivano da queste basi per imprese di rapina o d’approvvigionamento, i guerrieri nordici, requisiti i cavalli dei contadini locali, si spargevano per il territorio, generalmente <<in piccole schiere volanti>>. Malgrado combattessero smontati, s’assicuravano tuttavia tutti i vantaggi di una mobile condotta di guerra. Come i reparti corazzati autonomamente operanti della seconda guerra mondiale, percorrevano – per la verità più in cerca di bottino che di conquiste territoriali – a piacere il paese, aggirando le città fortificate, dimostrando un sovrano disprezzo per le piazzeforti, evitando scontri di più ampia mole, per comparire alle prime luci dell’alba, dopo marce forzate notturne, dinanzi alle mura di un monastero o di una fattoria signorile, strappando sgarbatamente dal sonno gli abitanti.

Qui procedevano, come dice lo Strasser, <<con incredibile facciatosta>>. Conoscendo tutte le tattiche e le malizie della guerriglia, cominciavano con l’assicurare i loro campi con avamposti, risolvendosi ad azioni di maggior portata solo dopo essersi fatti, grazie agli esploratori, una idea esatta della situazione. Se poi venivano costretti a una rapida ritirata, si rintanavano nel folto dei boschi. Padroneggiavano inoltre da maestri l’arte di sfruttare il terreno. <<L’avanzata nascosta fra buche e colline, l’ordine sparso o quello compatto a seconda della conformazione del suolo, appartenevano all’essenza della loro arte militare. Sapevano scegliersi con occhi di falco campi favorevoli e luoghi elevati. Prima della battaglia sapevano inoltre conquistarsi le posizioni dominanti delle alture, tenendosi così col sole alle spalle.>>

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Anche quando impararono a operare con unità maggiori, la mobilità restò la ricetta di successo della loro condotta della guerra. Sempre in azione, spostavano continuamente le forze trasportando gli accampamenti di notte; e, nonostante la loro bellicosità, non stimavano affatto vergognoso ripiegare dinanzi a un avversario preponderante e involarsi, per così dire, nell’aria. All’epoca del <<Grande Esercito>> inclusero persino il mare in questa guerra di movimento assolutamente moderna.

La carta (pubblicata dall’Almgren) delle operazioni vichinghe sulle due sponde della Manica consente di <<riconoscere l’insolita mobilità dei navigatori pirati e di intuire la difficoltà di una difesa efficace, in un periodo che non conosceva eserciti stabili e flotte sempre pronte all’azione>>.

Fonti:
Rudolf Pörtner – L’Epopea dei Vichinghi

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