L'assedio di Parigi e la battaglia del Djile - Storie dai Nove Mondi

L’assedio di Parigi e la battaglia del Djile – Storie dai Nove Mondi

I Vichinghi e i successori di Carlo Magno

Pt. 3

Tre anni dopo, il 24 novembre 885, Sigfrido apparve davanti a Parigi: con settecento navi che coprivano la Senna per un tratto di tre chilometri e mezzo, e a bordo quarantamila uomini, il più forte esercito vichingo che mai avesse operato su suolo franco. Confidando nel terrore che la sola vista delle navi, cariche di guerrieri avidi di battaglia, avrebbe suscitato, pensava di aver gioco facile. Ma i parigini, guidati dal vescovo Geuzlin e dal conte Oddone, non si lasciarono vincere dal panico, e preferirono rischiare un assedio: col risultato che ancora l’anno dopo resistevano bravamente a ogni attacco del << Grande Esercito >>.

Alla dieta di Metz del luglio 886, i grandi dell’impero pretesero categoricamente, dal loro grosso imperatore, aiuto per Parigi. Carlo si sottomise alla richiesta che gli avrebbe procurato fatiche e strapazzi, e di malumore, ma scrupolosamente, guidò un’armata di soccorso sul terreno antistante la città oppressa. Presa posizione ai piedi di Mont-martre, le mura di Parigi il campo fortificato di Sigfrido dinanzi agli occhi, ancora una volta non ebbe il coraggio di giocare le sue carte: un comportamento che ha causato molta afflizione ai cronisti franchi così nazionalisti.

Invece di gettarsi in battaglia, trovò anche stavolta una scappatoia molto dubbia: venduto l’onore – come si legge in un vecchio testo di storia – della valorosa città col pagare un vile riscatto per il ritiro dell’assediante, fece ancor peggio: concesse al << Grande Esercito >> quartieri invernali sul Rodano, il che significava dichiararsi consenziente a che gli aggressori normanni trasferissero il loro campo d’attività nella bella Borgogna. Trattato spregevole, dunque, ma che tradiva alcuni rancori: i rapporti fra lo sgraziato sovrano e i signori borgognoni erano infatti più che mai freddi.

È immaginabile, dunque, il sospiro di sollievo che si levò dal regno profondamente umiliato allorché, cinque anni dopo l’ingloriosa fine di Carlo (887), un re franco fece finalmente parlare le armi invece del danaro: e con sbalorditivo successo, per giunta. Nell’891, presso Leuven sul Djile (Lovanio, nell’odierno Brabante), Arnolfo di Carinzia, << deciso a punire i malfattori >>, circondò un forte contingente vichingo, e, attaccatolo senza indugio, lo cacciò nel fiume. Dove, precipitati, gli sconfitti – come si legge nella notizia, stile inno, del pio annalista fuldense – affondarono << in profondo a centinaia e a migliaia, sicché il letto del fiume, dopo averne inghiottiti tanti, pareva asciutto >>.

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Il << Grande Esercito >> tornò in Inghilterra solo l’anno seguente, vinto, più che dalla potenza delle armi franche, dalle epidemie e dalla grande siccità dell’estate 892; la vittoria sul Djile e il coraggio con cui s’era battuta Parigi ebbero però un fortissimo effetto psicologico. Il nembo dell’invincibilità vichinga era infatti dissipato: i furiosi guerrieri del settentrione europeo apparivano d’ora innanzi vulnerabili.

Anche la guerriglia quotidiana aveva suggerito e fornito alcuni mezzi di difesa. Già Carlo il Calvo aveva munito i fiumi minacciati di ponti fortificati, catene e altri ostacoli; e dove erano appostate unità di cavallerie franche, era divampata con successo la lotta contro le mobili truppe dei commandos nordici. Anche la popolazione delle grandi città si mostrava ora decisa a vender la vita il più caro possibile da dietro le mura restaurate o erette con la massima celerità.

I feudatari cinsero le loro corti di ampi fossati colmi d’acqua, e di alte palizzate, difendendosi il meglio che potevano. Nelle zone avvallate del Reno, della Schelda, della Mosa, della Senna e della Loira si trovano ancora a centinaia e migliaia i resti di queste colline cinte di terra e d’acqua dette mottes.

Insomma, alla fine del IX secolo i vichinghi non avevano più la vita tanto facile; la resistenza era più dura e il rischio cresciuto in proporzione. D’altra parte, avevano ancora a che fare, come l’addietro, con uno stato disorganizzato, le cui coste incustodite erano pur sempre in balia di qualsiasi attacco. Logica conseguenza della situazione fu che ambe le parti scesero infine al compromesso del 911 che portò alla fondazione del ducato di Normandia.

Fonti:
Rudolf Pörtner – L’Epopea dei Vichinghi
stampe-antiche

Scritto da:

Van