Il Reno in fiamme - Storie dai Nove Mondi

Il Reno in fiamme – Storie dai Nove Mondi

 I Vichinghi e i successori di Carlo Magno

[Parte 2]

Tre eventi soprattutto determinarono la situazione dei prossimi decenni: la Guerra dei sette anni, cominciate l’860 e il cui obbiettivo centrale fu l’isola di Jeufosse sulla Senna; le spedizioni del <<Grande Esercito>> tra l’879 e l’892; e l’invasione vichinga della Francia settentrionale iniziata nel 900 e conclusasi nel 912 con la costituzione del ducato di Normandia.

A prima vista, la lotta per Jeufosse e il territorio della foce della Senna non presenta particolari connotati. I Franchi, è vero, ammassarono ripetutamente forti unità sulle due rive del fiume, ma furono bloccati dal fatto di non avere navi. Oltre a ciò, Carlo il Calvo si vide presto costretto a stornare da questa zona una parte dei suoi armati per impegnarla sul lato orientale del suo territorio minacciato dal fratello <<germanico>> Ludovico.

Per la verità a Jeufosse fu impiegato, per la prima volta su scala maggiore, un mezzo efficace contro gli invasori nordici: in cambio di generi in natura e di cinquemila libbre d’argento, re Carlo riuscì a convincere un capo vichingo di nome Weland a stanare i suoi compatrioti dall’isola della Senna. Ma il colpo non riuscì, perché Weland si lasciò comprare anche dalla parte avversa, la quale ottenne l’interruzione di un assedio così felicemente avviato dietro pagamento di altre seimila libbre d’argento. I Franchi avevano comunque imparato che era possibile difendersi dalle bande vichinghe con l’aiuto di bande vichinghe.

In effetti, ci imbattiamo spessissimo, in seguito, in notizie ed eventi dimostranti che l’asino carico d’oro di Filippo di Macedonia minava anche il morale dei selvaggi guerrieri del settentrione europeo; sempre più di frequente, da ora in poi, essi mostrano difatti la loro disponibilità a scambiare il coraggio e il disprezzo della morte contro moneta sonante, e a servire come mercenari contro i fratelli danesi e norvegesi.

Il metodo inglorioso, ma efficace, d Carlo il Calvo non aveva molto modo di esercitarsi sull’attività del <<Grande Esercito>>. Ma un bel giorno i vichinghi invasori dell’Inghilterra, trovato in Alfredo il Grande un forte e abile avversario, decisero di tornare a far fortuna sul continente. Approdarono alla foce della Schelda il 12 aprile 879, e già pochi giorni dopo nere nuvole di fumo su Gand annunciavano che essi avevano cominciato, e con successo, a rifarsi degli anni magri passati sull’isola. Dalla regione della foce partì quindi una serie di scorrerie e di spedizioni di approvvigionamento che passando per la Fiandra e la Frisia, si spinsero nella Lotaringia e fin nella Provenza.

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L’esercito franco continuava a far cilecca. Al regno tripartito mancava infatti non solo il potere centrale in grado di mobilitare le sue riserve, ma anche una direzione militare decisa. La situazione non mutò quindi per nulla quando la Lotaringia – il regno di centro – sparì dalla carta nell’870 col trattato di Meerssen, e Carlo il Grosso, morto Ludovico il Germanico ed estintosi il ceppo dei carolingi occidentali, riunificò nuovamente l’impero franco.

Ludovico il Germanico spirò nel gennaio 882 nel suo palazzo di Francoforte, quando ormai i vichinghi avevano raso al suolo antiche e famose città romane, fortificate ancora da mura romane, quali Maastricht e Liegi, Jülich e Neuss, Colonia e Bonn, incenerite con le loro chiese e conventi, mercati e quartieri commerciali. Ad Aquisgrana, unità del <<Grande Esercito>> diedero alle fiamme il palazzo imperiale, facendo stalla da cavalli della cappella palatina. E incendiate furono anche le ricche abbazie di Inden, Stablo, Malmedy e Prüm.

Alcune settimane dopo la morte di Ludovico, commandos nordici arrivarono a Coblenza. Il giovedì santo, 5 aprile, raggiunsero Treviri, i cui edifici romani arsero fra le fiamme il lunedì di Pasqua. Soddisfatta per ora la brama di bottino e di distruzione, se ne tornarono a Elsloo sulle loro navi, cariche di ricchezze guadagnate a così buon mercato. Mentre passavano, levarono di forza tributi nel vescovado di Reims.

Nel contempo, raccolta ad Andernach un’armata di franchi, alemanni, bavaresi, turingi, sassoni, frisi e longobardi, il grosso imperatore Carlo la diresse su Elsloo, per accerchiarvi le unità normanne ivi stazionanti. Alla <<grande armata>> dei franchi il sovrano immobile e pauroso impedì di dare una buona lezione agli odiati vichinghi: il pio imperatore infatti, alieno nell’intimo dalla guerra, invece di attaccare spedì messi agli assediati invitandoli ad arrendersi spontaneamente. In cambio avrebbero ricevuto duemilaottanta libbre d’oro e d’argento, più la Frisia in feudo al loro re Goffredo come prezzo della conversione al cristianesimo.

Goffredo non esitò ad accettare la lauta offerta: si fece battezzare, ricevette parecchi carri colmi di oggetti preziosi, si stabilì con le sue schiere nel delta del Reno, di cui ora innanzi potè considerarsi signore con ogni diritto, e di qui proseguì la guerra contro il regno franco. Analogamente suo fratello Sigfrido, ritiratosi da Elsloo sulla Schelda inferiore, vi si trincerò, non senza aver in precedenza giurato di non metter mai più piede sulla terra dei franchi.

Fonti: Rudolf Pörtner – L’Epopea dei Vichinghi

Scritto da:

Van