Forma e trasformazione del guerriero nordico Pt. 7 - Storie dai Nove Mondi

Forma e trasformazione del guerriero nordico Pt. 7 – Storie dai Nove Mondi

I pazzi del rischio calcolato – Lupi e cani da pastore

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Gli storici militari, tuttavia, pensano in buona coscienza di poter mettere in risalto le qualità soldatesche, diciamo così libere da morale, delle schiere vichinghe; lodando non solo tutte quelle virtù che van sotto il nome di valore, autodominio e disprezzo della morte, ma pregiando altresì la disciplina e la capacità organizzativa: la prontezza a sottomettersi e la capacità di costruire un sistema gerarchico di comando.

Già Tacito celebra la fidatezza del guerriero germanico radicata nel terreno mitico della fedeltà al capo. Capo e seguito, come apprendiamo da lui, gareggiavano in valore durante la battaglia (vergogna eterna a chi si fosse ritirato dal combattimento dopo la morte del capo, il quale combatteva per la vittoria, mentre i suoi uomini combattevano per lui). Il Delbrück esprime più prosaicamente la cosa nella sua storia della guerra: il piacere della lotta possedeva le genti germaniche in tale misura, da renderle pronte a <<battersi in ogni occasione per uno scopo qualsiasi>>. Detto altrimenti, esse amavano la guerra per la guerra, dove il non plus ultra era il combattimento uomo contro uomo: il piacere <<di darci dentro, sotto gli occhi di tutti, personalmente>>.

Questa norma fondamentale della frenesia bellica dei germani, che nulla perse del suo impegnativo rango neppure in epoca vichinga, non produsse però né un Cesare né un Annibale. Gli scaldi celebrano soprattutto l’assalto impetuoso, che miete tra le file nemiche come la falce in un campo di grano. E, in effetti, nulla temevano franchi e anglosassoni, scozzesi e irlandesi (a parte l’inferno e la dannazione eterna), più di questi attacchi stritolanti, che certo non mancavano di pericolosità per lo stesso attaccante. Il quale, spesse volte, veniva trascinato dallo slancio (o dalla mai sazia fame di preda) così innanzi al resto dei compagni, da trovarsi d’un tratto circondato dal grosso del nemico. In tal maniera, molti vichinghi sono caduti vittime della loro passione.

Nella difesa, formavano, come secoli dopo i contadini svizzeri, un riccio di lance e scudi: fortezza viva e pungente, imprendibile finché sapesse mantenere questa salda formazione. Ma bastava una breccia in tale muro di scudi, che tutto di regola si sfasciava. La battaglia si scioglieva quindi in duelli singoli, nei quali i guerrieri vichinghi venivano sovente spazzati dalla preponderanza numerica del nemico. Pertanto, in attacco o in difesa, alto era il tributo di sangue da loro pagato.

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E’ il caso di far rilevare come, in questa arcaica condotta bellica, non vi fosse posto per un corpo di sanità ben ordinato? Anche se c’erano, come pare, posti di collegamento e di raduno dei feriti. Snorri racconta che lo scaldo Thormod, gravemente ferito, si trascinò a una capanna, dove una vecchia era intenta a fasciare i feriti. Sul pavimento della capanna – del <<lazzaretto-fienile>>, come lo chiama il Brøndsted – ardeva un fuoco con sopra appesa una caldaia d’acqua per lavare le piaghe. E c’era inoltre in una pentola di pietra una pappa d’aglio e cipolla con cui la donna nutriva gli eroi feriti; in questo modo tentava di stabilire se una ferita fosse o no mortale.

<<Si credeva, cioè, che una ferita da battaglia che esalasse odor di cipolla fosse inguaribile>>; infatti la terapia e le conoscenze di pastori e mediconi si riducevano essenzialmente a impacchi freddi e caldi. Numerose vittime mietevano anche i lunghi periodi di carestia e le epidemie (si veda quella in cui incappò, nell’845, una flotta vichinga di ritorno in patria da Parigi). Ma, in compenso, la situazione non era diversa dalla parte avversaria.

In generale i capi vichinghi assimilavano rapidamente i loro compiti principali. Le loro unità erano superiori all’avversario non solo grazie all’intelligente tattica di guerriglia, ma anche dal punto di vista organizzativo. Lo Strasser ammira, ad esempio, la loro capacità di collegare <<con la massima naturalezza flotta e fanteria in vista di un’azione bellica comune: quasi fossero due braccia di un corpo solo>>.

E impararono velocemente anche la difficile arte dell’assedio; già verso la metà del IX secolo s’intendevano di tecnica di scavar cunicoli come d’attacco con arieti e catapulte. Dinanzi a Parigi, nell’885-86, rizzarono baluardi di protezione mobili simili alle vineae romane; costruendo quindi anche un ariete triplo di tipo nuovo, che però, come sappiamo da Abbone di San Germano, rimase incompiuto a causa della morte prematura dei suoi inventori.

Ai vichinghi è riuscita anche, manifestamente senza difficoltà e sempre nel IX secolo, la fusione di piccole bande rivali in armate stabili e operanti in comune. Dopo la prima invasione della Frisia (dove sbarcarono sui diecimila uomini) da parte di re Göttrik, si formò nel decennio 860-70, in Scozia, il primo Grande Esercito forte di ventimila uomini; mentre l’armata che assediò Parigi nell’885-86, contava, secondo dati attendibili, circa trentamila guerrieri (i cronisti franchi parlano di pugiles). Prestazioni di questo tipo vengono apprezzate dagli storici militari, tanto più che questi grandi eserciti agivano senza un collegamento saldo con la patria, senza officine d’armi e senza afflusso di rifornimenti, penetrando, ciò malgrado, profondamente nel territorio avversario. Il che presuppone un’organizzazione altamente efficiente e una gerarchia di comando fondata su una disciplina severa.

La doppia natura dei popoli nordici, pencolanti fra esaltazione ed estrema sobrietà, improntava quindi di sé anche la condotta bellica vichinga. Sotto le mani dei padroni avvezzi al comando, i lupi si mutavano in ubbidienti cani da pastore; gli individualisti si piegavano senza resistenze al giogo collettivo, i fanatici dell’eguaglianza si sottomettevano ai comandi superiori. Detto con le parole del sobrio resoconto di Adamo: <<Pur rallegrandosi in patria dell’eguaglianza, prestavano in guerra al re incrollabile obbedienza.>>

In tal modo, perfino le piccole bande autonome possedevano, a giudizio di Walther Vogel, <<un’organizzazione formale>>. E i loro capi non esitavano un attimo a procedere in maniera draconiana perfino contro i minimi attentati alle leggi non scritte della disciplina. Così (narrano gli Annali Bertiani), quando nell’861 certi guerrieri vichinghi sottrassero alcuni oggetti al predato tesoro della chiesa di Saint-Omer, vennero processati sommariamente e impiccati.

La disposizione a sottomettersi al comando di uno più forte contraddistingue anche la più alta gerarchia di comando. Il primo Grande Esercito di Scozia obbediva agli ordini di otto re, i quali però, secondo ogni apparenza, si mettevano unanimi sotto la direzione di uno solo. Agli otto re sottostavano poi venti jarl, ciascuno dei quali aveva alle sue dipendenze mille guerrieri e come sottufficiali i capi degli hersir, comandati di regola un centinaio di uomini circa o, in mare, una o due navi.

L’ordinamento patrio in distretti e centene determinava quindi anche la struttura del comando in guerra; e anche la concezione nordica familiare-sippesca si travasava con la massima naturalezza nell’organizzazione delle armate vichinghe. E con sbalorditivo successo: visto che l’ordinamento oligarchico (solo apparentemente democratico) <<di casa>> seppe mantenersi per quasi due secoli anche <<fuori>>.

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Nel periodo tardo, però, non bastò più. Perno dei possenti eserciti coi quali Sven Barbaforcuta e Canuto il Grande conquistarono l’Inghilterra divennero infatti truppe regolari e quadri mercenari di eccellente preparazione. Di loro testimoniano gli imponenti campi militari dell’epoca del grande regno danese.

 

Fonti:
Rudolf Pörtner – L’Epopea dei Vichinghi

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