Forma e trasformazione del guerriero nordico Pt. 4b - Storie dai Nove Mondi

Forma e trasformazione del guerriero nordico Pt. 4b – Storie dai Nove Mondi

I pazzi del rischio calcolato – Sotto la bandiera dei corvi di Odino

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Giavellotto e lancia si affermarono bene, malgrado ascia e spada. Minime le differenze fra le tradizionali <<armi da asta>> della fanteria e della cavalleria. Qui come là si vedono punte dalla forma elegante, con lunghe lame affilate e costole mediane acuminate; e giunti fantasiosamente decorati all’attaccatura del manico di legno, terminanti talora in brevi lobi laterali in modo da parer quasi alate. Armi pericolose, senza dubbio, dotate di notevole forza di penetrazione non meno delle frecce degli arcieri, con quelle loro punte di ferro massicce e pesanti.

Arma di difesa per eccellenza, lo scudo: generalmente un disco piatto di un metro, di legno spesso rivestito di cuoio. L’arazzo di Bayeux mostra anche scudi ovali terminanti in basso a punta, notoriamente riservati alla cavalleria normanna. Gli scudi rotondi dei vichinghi portavano al centro una borchia di ferro a protezione della mano che li reggeva all’interno. Oltre a ciò, si amava dipingerli. Ad esempio, i sessantaquattro scudi dell’equipaggio di Gokstad erano dipinti a strisce alterne gialle e nere.

Gli elmi, come le spade, erano un piacere costoso, e per ciò stesso riservato a capi e re. Anche costoro, però, si contentavano generalmente di una celata di cuoio, modellata probabilmente su esempi orientali. Per contro, gli elmi conici dei guerrieri normanni invasori dell’Inghilterra si rifanno agli elmi gotici a fibbia pregiati dai franchi.

I disegni di Bayeux mostrano anche le corazze in uso presso i normanni, fatte di anelli di ferro minutamente intrecciati, e provviste, ne caso di confezioni esclusive, di cuffia. Quelle dei signori della guerra arrivavano alle cosce. Sule tendone illustrato della regina di Oseberg si vedono addirittura corazze dipinte di bianco che coprono l’intero corpo. Tali vestimenti di ferro dovevano comunque esser rari, data la pesantezza per l’indossatore e la menomazione della sua rapidità nel colpire.

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I cavalieri del periodo tardo portavano anche cosciali in forma di ghette, da annodarsi dietro il polpaccio, oltre a staffe e speroni a punta di provenienza orientale. Tali dettagli confermano l’impressione della ricerca costante dell’utile presso i popoli nordici. L’Almgren ne fa quindi risalire i secolari successi bellici non da ultimo al fatto <<che liberarono i loro equipaggiamenti da battaglia da tradizioni superate e inadeguate, per sostituirle con forme adatte, osservate altrove o studiate da loro stessi>>. Così, malgrado il piacere dell’ornamento, anche le armi erano prodotti del più puro pensiero funzionale; e la loro efficacia è descritta con stupefacente realismo dall’arazzo di Bayeux.

I contingenti vichinghi di maggior entità portavano con sé delle insegne, in generale bianchi stendardi con immagini animali e altri emblemi paurosi allo scopo di incidere sul morale dell’avversario. E che il desiderato effetto deterrente venisse spesso raggiunto, lo dimostra l’accenno dell’annalista fuldense ai signa horribilia delle bande pagane. Sullo stendardo di Ragnar Lodbrok, cucito dalla figlia stessa del re, volavano i neri corvi di Odino davanti all’esercito vichingo; e sopra il contingente normanno d’invasione, a Hastings, sventolavano vuote figure di drago, che si gonfiavano diabolicamente al vento.

Alla sfera della guerra psicologica appartenevano inoltre quegli strumenti a fiato tipo lure, che segnalavano l’inizio della battaglia con toni raccapriccianti. Anche il terribile grido di guerra vichingo sembra abbia demoralizzato anzitempo molti avversari. Ai reporter ecclesiastici si rizzano comunque in testa i capelli, quando, dal silenzio delle loro celle, riferiscono dei furibondi ululati lupeschi con i quali i predoni nordici usavano sottolineare acusticamente le loro azioni d’attacco, mentre si precipitavano come pazzi sui loro avversari.

Fonti:
Rudolf Pörtner – L’Epopea dei Vichinghi

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